ARTISTI PER PROFESSIONE

In Italia per essere considerati professionisti in qualcosa, bisogna possedere una posizione fiscale, o come si dice più comunemente, possedere una partita Iva.

L’attività artistica svolta in maniera regolare rientra nella categoria reddituale del lavoro autonomo. Al pari quindi dei professionisti, con o senza albo di appartenenza, l’artista “abituale” dovrà aprire una partita Iva, cosa che gli consentirà un regolare accesso al mercato e, in caso di contenzioso in tribunale, di provare che ciò che produce come creazione artistica ha un certo valore monetario pagato da chi compra le sue opere. Se l’artista dovesse poi affidare in tutto o in parte la vendita delle sue opere ad intermediari, questi esigeranno che egli emetta fattura per le opere che acquistano e mettono in vendita, sia per scaricare fiscalmente parte del loro fatturato che per difendersi in un eventuale contenzioso con il fisco. Quindi se un perito d’arte viene incaricato di periziare il lavoro di un artista vivente, la conditio sine qua non è che l’artista-professionista possegga una posizione Iva adatta.

Il mercato, come ad esempio quello rappresentato dalle vendite all’asta o da quelle da gallerista a collezionista o il passaggio di mano da un collezionista ad un altro, sarà un’altra fonte di dati per una corretta valutazione monetaria del suo lavoro. Anche questi passaggi dovranno essere certificati da fatture o da documentazione contabile, e nel caso di vendite effettuate da case d’asta, che hanno carattere pubblico (chiunque vi può partecipare), sia da quanto dichiarato fiscalmente dalle case d’asta stesse che dai record di vendita riportati nelle banche dati private – quali Artprice.com o Arcadja.com – che forniscono, quale servizio a pagamento, le quotazioni di vendita di quasi tutte le case d’asta del mondo.

Per questo la vendita di un quadro, seppur di un bravissimo pittore, non certificata fiscalmente o con documentazione contabile, non potrà essere presa in considerazione dal perito per una corretta valutazione. Inoltre è importante anche il numero totale di opere vendute dall’artista, direttamente o attraverso intermediari, perché se questo numero è troppo piccolo, tenderà a generare un falso prezzo di mercato, quindi per formare un prezzo è necessaria una certa presenza sul mercato. Per questo è importante che per periziare correttamente l’opera di un artista vivente l’esperto faccia un’analisi approfondita del suo mercato, quello primario, cioè le sue vendite dirette ai collezionisti e quello secondario, cioè tutte le altre, operate da intermediari o da collezionisti privati.


Il mercato primario e il mercato secondario

La differenza tra valore di vendita primario e secondario deve essere tenuta in debita considerazione e rispettata. Poniamo due casi:

1) se un giudice deve far risarcire un pittore che è stato investito da un’auto attraversando la strada sulle strisce pedonali, chiederà con un quesito al CTU (il perito Consulente Tecnico d’Ufficio) quale è il valore monetario, e quindi il risarcimento minimo a cui ha diritto il pittore, dei sei mesi in cui egli non ha potuto lavorare a causa della degenza e della convalescenza, ma nel suo mercato primario; quindi il CTU analizzerà quanto l’artista abbia venduto in sei mesi, facendo una media degli ultimi 5 anni senza prendere in considerazione il suo valore nel mercato secondario, dato dalle vendite di galleristi, mercanti e case d’asta, anche se sarà corretto indennizzare il pittore anche per non aver potuto produrre e per aver avuto a causa dell’automobilista disattento, una discontinuità forzata nella creazione di opere e nella fornitura dei dipinti ai suoi venditori.

2) Se, nel caso di una divisione ereditaria, un quadro del pittore “investito” deve essere valutato per una equa ripartizione dei beni tra gli eredi, si considererà il valore delle sue opere nel mercato secondario, perché in questo caso sarà il valore dell’opera nel mercato ad essere importante e non il valore della produzione dell’opera stessa.

Teniamo presente che la differenza tra il valore di mercato primario e quello secondario può essere molto consistente, dal 50 al 90%, secondo la mia esperienza.


Il regime fiscale

Prendendo in considerazione la gestione tributaria dei “piccoli artisti”, potrebbe essere sensato che essi utilizzino un regime fiscale detto “dei minimi”, che consente per il 2015 (lascio poi i commenti ai dottori commercialisti) un fatturato massimo di 20.000 Euro/anno (e pare 30.000 per il 2016), di non far pagare l’IVA ai propri clienti (con un bel risparmio nel caso di privati del 22% sul costo totale dell’opera), di non rientrare negli studi di settore e di pagare solo il 15% di imposta sui redditi generati dalle opere d’arte (senza però dimenticare l’INPS). Questi 20.000 Euro, a causa del divario mercato primario/secondario a cui si è accennato prima, possono generare per quell’anno un valore di mercato per l’artista dai 40.000 ai 200.000 Euro nel cosiddetto indotto (sottolineo “di mercato”, quindi che non va nelle tasche dell’artista, ma degli intermediari).


…e che gli artisti rispettino il loro mercato

Se un artista vende attraverso degli intermediari senza aver siglato un contratto di esclusiva, nelle sue vendite a privati dovrà attenersi ai prezzi di vendita del suo mercato secondario per non generare una “bolla” e una forte irritazione dei suoi collezionisti e dei suoi intermediari. Cioè, se un artista vende un quadro ad un intermediario a 1000 Euro e l’intermediario lo rivende a 5000 nel mercato secondario, nel caso in cui l’artista dovesse vendere direttamente un quadro con le medesime caratteristiche sul mercato secondario, cioè direttamente ad un suo cliente/collezionista, dovrà vendere a 5000 Euro e non a 1000, altrimenti ci troveremmo di fronte a due collezionisti, uno che ha speso 5000 Euro e l’altro che ne ha spesi solo 1000 per un’opera simile dello stesso autore; questo farebbe fare una figura barbina ad entrambi: al gallerista e all’artista. Per questo è molto importante che gli artisti sappiano bene a quanto le loro opere sono vendute sul mercato secondario, non per fare i conti in tasca ai loro mercanti d’arte, ma per evitare di combinare guai difficilmente riparabili e molto compromettenti per la loro carriera.


Ad ognuno il suo mestiere

Gli artisti dal canto loro non dovrebbero chiudersi nella sola produzione di opere, ma se possibile dovrebbero provvedere a pubblicizzarsi come meglio credono, lavorando per realizzare mostre delle loro opere e pubblicazioni che descrivano ciò che fanno, collaborando possibilmente con critici d’arte; potrebbero naturalmente utilizzare altri mezzi, quali la televisione, la radio, Internet, farsi intervistare, insomma fare di tutto per essere presenti e visibili, senza dimenticare però che ognuno deve fare il suo mestiere: gli artisti fanno e vendono le proprie opere d’arte; i galleristi comprano e rivendono opere d’arte a privati o a istituzioni pubbliche o private italiane o straniere; i critici e i giornalisti analizzano, studiano e descrivono le opere e le loro vicende su testate o per editori. Dal canto loro, gli artisti non dovrebbero pagare né i galleristi né i critici per far sì che questi facciano il proprio mestiere, altrimenti il mercato subirebbe una deformazione e si potrebbe dire addio alla sua logica. Cioè, non ha senso che un artista paghi un gallerista perché questi organizzi una mostra nel suo spazio di vendita; la mostra il gallerista la deve fare per “mostrare” ai suoi clienti cosa vende e non per ottenere profitto diretto dall’artista. Lo stesso valga per chi scrive, perché il valore critico dei suoi testi crolla inesorabilmente se questi sono generati da una richiesta prezzolata dell’artista. I giornalisti e i critici sono tanto più apprezzati quanto il loro lavoro è indipendente e libero.


Le certificazioni

Un artista può operare per decine e decine di anni trovandosi poi, specialmente in avanzata età,  ad avere difficoltà nel ricordare tutte le sue opere per poterle autocertificare. Potrebbe tornare utile, per ovviare a quest’inconveniente, che l’artista crei il suo archivio personale, cercando di intitolare, misurare, numerare, datare e fotografare tutto quello che produce; è un’operazione tediosa ma che in un futuro potrà aiutare a smascherare eventuali falsari, facilitare gli eredi nella gestione delle opere o per la pubblicazione di un catalogo ragionato attendibile e scientificamente corretto. Inoltre, ogni opera dovrebbe essere venduta con un suo certificato di autenticità prodotto dall’artista e di uno prodotto dall’eventuale intermediario. Sono documenti che il collezionista deve pretendere e avere per diritto, che saranno fondamentali in una futura alienazione da parte sua o dei suoi eredi. Il certificato deve contenere la data di emissione, l’anno di produzione, la fotografia dell’opera, le misure e possibilmente un numero di inventario, oltre alla firma dell’artista.


Conclusioni

Per concludere, gli artisti-professionisti devono possedere una partita Iva; le loro opere sono vendute nel mercato primario e nel mercato secondario con ovvie, naturali e sostanziali differenze di prezzo; gli artisti devono stare molto attenti a non vendere nel mercato secondario con i prezzi a cui vendono nel primario per il loro bene e per il bene dei loro intermediari, inoltre dovrebbero cercare di tenere in ordine la loro produzione e in caso di vendita fornire un certificato di autenticità delle loro opere; gli artisti non dovrebbero pagare né i galleristi per far organizzare loro delle mostre né i critici per scrivere sul loro lavoro. In questo modo il complesso artista, intermediari e collezionisti, con il tempo genererà un mercato stabile per le opere del primo con prezzi possibilmente in aumento che consentiranno all’artista di vivere degnamente con quel che produce, agli intermediari di continuare a generare un mercato e a guadagnarci e ai collezionisti “di collezionare arte contemporanea e vivere felici”.

F.Marletto